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Cappuccetto Rosso… Ninja?

Cosa succederebbe se Cappuccetto Rosso fosse nata e cresciuta in un villaggio ninja?

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Hikari viveva in uno sperduto villaggio tra le montagne di una remota regione del Giappone, immerso in una foresta. Questa foresta era infestata da licantropi, ma gli abitanti del villaggio non li temevano, perché l’insediamento era ben protetto da una barriera d’energia ed essi stessi erano ninja, formidabili guerrieri addestrati nelle arti del taijutsu, il combattimento corpo a corpo, del ninjutsu, le arti magiche e del genjutsu, le arti illusorie e i piccoli del villaggio ricevevano l’addestramento ninja fin da bambini.
Hikari eccelleva in tutte e tre le arti ninja. Nel villaggio era conosciuta per la sua vivace intelligenza, la sua caparbietà, per essere un maschiaccio, ma soprattutto per l’incredibile chioma di capelli rossi, tanto da essersi guadagnata il soprannome di Suzaku, l’Uccello Vermiglio, il Guardiano del Sud, tradizionalmente associato all’Elemento del Fuoco.
Nonostante la giovane età, era considerata una formidabile guerriera e tra i possibili candidati ad aspirare al titolo di Anziano del Villaggio, ma Hikari, dal carattere spensierato e ribelle, non aveva nessuna intenzione di assumere titolo e oneri di un capo-villaggio.
La nonna di Hikari era una miko, una sacerdotessa shintoista e viveva in un tempio dall’altra parte della foresta, alle pendici della montagna. Gli abitanti del villaggio la temevano, non solo per il caratteraccio, ma anche perché possedeva il dono della Vista.
Al tempo stesso le portavano grande rispetto. Si chiamava Kiyo ed era molto anziana.
Kiyo soffriva di reumatismi ed era anche un po’ tocca. Lady Sakura, l’Anziano, una formidabile kunoichi, versata nelle arti mediche come in quelle ninja, preparava per lei una medicina, che le veniva portata una volta alla settimana dal figlio Miharu, padre di Hikari.
Ma quel giorno Miharu era in missione e la mamma di Hikari, Sonoko, era a letto con l’influenza. Allora lady Sakura chiese a Hikari di portare la medicina alla nonna.
Hikari non aveva ancora compiuto tredici anni ed era una regola del villaggio che nessun bambino potesse uscire dal villaggio senza essere accompagnato da un adulto prima di aver compiuto i tredici anni, perché a quell’età ci si diplomava all’accademia ninja e si diventava ninja a tutti gli effetti e allora si cominciava a uscire in missione con un sensei.
Ma non c’era davvero nessuno al villaggio che volesse trattare con quella svitata di nonna Kiyo, perché, bisognava dirlo, faceva un po’ paura, così lady Sakura concesse un permesso speciale a Hikari perché portasse la medicina alla nonna.
Fu così che Hikari, fissati due foderi a mo’ di croce sulla schiena, contenenti due corte spade ed essendosi equipaggiata di kunai, shuriken e pergamene per l’evocazione, uscì per la prima volta dal villaggio.
Hikari sapeva che i licantropi potevano muoversi anche di giorno e sapeva che potevano assumere aspetto umano, perciò era ben determinata a non lasciarsi ingannare. Conosceva bene la strada per il tempio, perché tutti gli abitanti del villaggio vi si recavano una volta l’anno per festeggiare il capodanno e ricevere l’oracolo dalla vecchia Kiyo e seguì il sentiero senza deviare. Ci voleva una mezz’ora di cammino per giungere al tempio. Arrivata che fu a metà strada, udì il pianto di un bambino.
Credendo dapprima che potesse trattarsi di un trucco dei licantropi, proseguì per la propria strada, ma i lamenti non si spensero e poiché sembrava proprio la voce sottile e sperduta di un bimbo, cominciò a preoccuparsi. Se un bambino fosse uscito dal villaggio e si fosse perso? Forse gli adulti non si erano accorti che mancava all’appello.
Decise di andare a controllare e seguì il pianto fino alla sua fonte.
Presso un ruscelletto, trovò un bambino accucciato su una pietra, che piangeva strofinandosi il volto e gli occhi arrossati con le mani. Sembrava proprio un bambino, con una zazzera di capelli biondi e gli occhi azzurri, paffutello e dall’aria del tutto innocente. Senza abbassare la guardia, Hikari gli si avvicinò e gli parlò con voce dolce.
“Non aver paura, piccolino, non voglio farti del male, non sono un licantropo. Cosa ci fai qui tutto solo?”
Il bambino sollevò su di lei gli occhi gonfi di pianto. Aveva le guance rigate di lacrime.
“Stavo inseguendo una farfalla e mi sono perso. Puoi portarmi al tempio?”
“Il tempio?”
“Ero andato con la mamma al tempio. Lei voleva un oracolo dalla vecchia signora. Ma mentre la mamma era con la vecchia signora ho visto una farfalla. L’ho inseguita. E mi sono ritrovato nella foresta. Non riesco più a trovare la strada per il tempio. Puoi riportarmi al tempio? La mia mamma sarà spaventata. E anch’io ho tanta paura. Portami dalla mia mamma!”
“Anch’io sto andando al tempio. Facciamo un pezzo di strada insieme.”
Hikari porse la mano al bambino. Sembravano proprio le dita di un bambino quelle che si strinsero attorno alle sue. Fu così che ripresero la strada per il tempio.
Senza che Hikari se ne avvedesse, o almeno così il bambino credette, egli sorrise, un sorriso malizioso, di trionfo.
I licantropi odiavano la vecchia Kiyo, perché aveva eretto una barriera intorno al tempio, che gli impediva di entrare e se ne viveva tutta tranquilla fuori dal villaggio, facendosi beffe di loro. Erano anni che volevano vendicarsi sulla vecchia, ma ogni giorno Kiyo rinnovava la barriera e a loro non era permesso entrare nel tempio.
Ma senza la sua medicina, le giunture di nonna Kiyo erano troppo rigide e gli arti le facevano troppo male per alzarsi da letto e rinnovare l’invocazione e successe quel giorno che Kiyo era rimasta senza la sua medicina e le nuove scorte tardavano ad arrivare.
I licantropi ne avevano approfittato per entrare nel tempio e catturare Kiyo, ma ancora non l’avevano uccisa: avevano saputo, grazie alle loro spie, che quel pomeriggio sarebbe stata la nipote a portarle la medicina. Le loro intenzioni erano di torturare e uccidere Hikari davanti alla vecchia e poi vendicarsi di Kiyo.
Quando Hikari giunse al tempio con il bimbo, una donna bellissima gli si fece incontro, correndo, chiamando il nome del piccolo e il bambino corse tra le braccia della mamma.
Tutti insieme entrarono nel tempio e si recarono nella stanza di Kiyo, poiché la donna aveva raccontato di come la vecchia si fosse sentita male e l’avesse adagiata a letto e se ne fosse occupata fino a quel momento.
“Non si preoccupi, signora, ho portato la medicina. Nonna Kiyo starà subito meglio.”
La giovane donna, che in realtà un licantropo, dovette dominarsi per continuare a recitare la sua parte, mentre attraversavano i corridoi del tempio, perché bramava il sangue della ragazzina e così anche il figlio. Essi credevano di avere nonna e nipote in pugno.
Hikari si era già avveduta dell’inganno, ma, da parte sua, era preoccupata per la nonna e non voleva metterla in pericolo più di quanto già non fosse, agendo in maniera avventata. Seguì madre e bambino nella stanza della nonna, dove «Kiyo» dormiva, ma era un licantropo.
I licantropi possedevano anch’essi le arti illusorie e ne facevano largo uso, ma Hikari era stata istruita a riconoscere gli effetti del genjutsu e li aveva già riconosciuti sul bambino, però ancora non sapeva se nonna Kiyo era viva. Se lo era, era meglio non far arrabbiare i licantropi o rischiava che l’uccidessero prima ancora che avesse il tempo di salvarla.
Hikari si inginocchiò accanto al futon della nonna e le prese una mano; lei aprì gli occhi.
“Oh, nonna, perdonami per aver fatto così tardi! Guarda: ti ho portato la medicina.”
Hikari fece scivolare un braccio dietro la schiena e sollevò delicatamente l’anziana, guardandola negli occhi. I loro sguardi si incrociarono, si attivò l’abilità innata di Hikari e il lupo mannaro venne intrappolato nel suo genjutsu, dove il licantropo assunse il suo vero aspetto.
“Maledetta ragazzina! Da quanto tempo l’avevi capito?”
“Dal momento in cui ho incontrato il tuo compare giù al ruscello. Dov’è nonna Kiyo?”
Il licantropo rise.
“Piccola impertinente! Credi davvero che te lo direi? Neanche se dovessi torturarmi!”
“Come vuoi. Ma sappi che la particolarità di questa tecnica, è che ti sembrerà che siano trascorsi giorni, quando in realtà nel mondo reale non saranno passati che pochi istanti, e il dolore che proverai sarà così intenso, che anche se il tuo corpo rimarrà illeso, sperimenterai un sovraccarico neurale tale, che rimarrai in coma per giorni, forse anche settimane. Vuoi davvero sperimentare l’orrore della mia tecnica?”
Il lupo emise un basso ringhio, ma aveva sentito parlare del potere della Vista e persino il suo clan lo temeva.
“D’accordo. La vecchia è legata e imbavagliata nel magazzino. Intendevamo farci uno spuntino, ma sembra che l’opzione non sia più praticabile e conservare te come dessert, ma sembra che prima dovremo sbarazzarci di te. Tu sei intrappolata qui con me, giusto? Cosa succederebbe se i miei due compari dovessero attaccarti?”
Hikari sorrise, un sorriso divertito, misto di commiserazione, malizia e disprezzo.
“Vuoi davvero scoprirlo?”
In un istante furono trasportati di nuovo nel mondo reale. Con una velocità fulminante, Hikari formò un sigillo con le mani ed esclamò “Kai!”, la formula utilizzata per rilasciare l’arte illusoria, riportando i tre licantropi alla loro forma originale.
“Ora scoprirete per quale motivo mi chiamano Suzaku! Il Grande Uccello Vermiglio!”
Nello stesso momento in cui estrasse le spade, impugnandone una per ogni mano, Hikari formò anche un sigillo, il Sigillo del Fuoco.
“Arte del Fuoco: Tecnica delle Lame Infuocate della Fenice!”
Una lingua di fuoco avvolse e aderì alla lama delle sue corte spade, rendendole di fatto spade di fuoco. Poi formò un secondo sigillo, questa volta del Vento.
“Arte del Vento: Tecnica delle Lame del Vento!”
La sua seconda invocazione combinò alle fiamme che già avvolgevano le spade, l’Elemento Vento, che ne accrebbe la forza, facendole ardere ancora più brillanti.
Ora era pronta per scatenare la sua tecnica micidiale.
“Arte Combinata della Fenice: Bomba Incendiaria Rotante!”
Hikari incrociò le spade, saltò ed eseguì una danza di fendenti, che formarono attorno a lei come un gomitolo di filamenti di Aria e di Fuoco strettamente intrecciati, generando una gigantesca sfera di fuoco, che poi scagliò al suolo con una rapidità tale, che i licantropi non ebbero il tempo di scansarsi e furono presi in pieno dall’esplosione. Ma l’esplosione non si limitò a vaporizzare gli sprovveduti licantropi e distrusse buona parte di quell’ala del tempio.
Quando Hikari atterrò leggera come foglia e agile come un gatto al centro di tutta quella distruzione, capì che i rimproveri che le avrebbe rivolto la nonna, che pure era terribile quando si arrabbiava, non avrebbero mai potuto superare l’ira di lady Sakura, quando fosse venuta a sapere cosa aveva combinato… Quella volta; non era il suo primo disastro.
Il magazzino per sua fortuna non faceva parte del complesso del tempio.
Hikari vi si recò e andò a liberare la nonna, che restò talmente sgomenta dalla distruzione della sua dimora, che i rimproveri che Hikari aveva temuto non arrivarono, perché si era completamente ammutolita e la nipote dovette portarla in spalla fino al villaggio, perché non aveva un posto in cui stare e ci sarebbero voluti mesi per ricostruire il tempio.
Lady Sakura invece sì che fu tremenda quando venne a sapere della sua ennesima bravata.
I licantropi, da parte loro, avevano imparato la lezione e non disturbarono più gli abitanti del villaggio e quando Hikari succedette lady Sakura, mandarono persino un’ambasceria a implorare che il loro villaggio fosse risparmiato dalla furia di Suzaku la Vendicatrice, avesse mai dovuto la possente kunoichi decidere di sfogare la sua furia sui suoi poveri vicini. Fu così che vissero tutti felici e contenti. Più o meno…

Nota
Cappuccetto Rosso Ninja fa parte di una serie di esercizi ispirati dalla lettura della Grammatica della fantasia di Gianni Rodari. Nello specifico, questo racconto applica l’idea del “Cosa succederebbe se…?” alla favola di Cappuccetto Rosso. La domanda che mi sono posta per scriverlo è “Cosa succederebbe se Cappuccetto Rosso fosse una giovane ninja?”.

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