Twinkle

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Questo racconto l’ho scritto di getto. Mi capita raramente, di scrivere sull’onda dell’ispirazione.
Di solito quando mi viene l’ispirazione per scrivere qualcosa, prendo nota e poi la lascio decantare, per un po’. Se è un’ispirazione buona, la riprendo e scrivo; può essere l’incipit di un nuovo romanzo, il capitolo di un romanzo in corso d’opera, un racconto, una riflessione…
Io sono il tipo che scrive, rilegge, controlla, riscrive e rifinisce ciò che scrive anche parola per parola.In questi giorni, però, non potendo passare molto tempo davanti al computer, ho deciso di cogliere un’ispirazione passeggera, che mi è venuta dalle nevicate della scorsa settimana e dalla lettura del libro di Natsume Soseki “Io sono un gatto” e scrivere questo raccontino, che pubblico così com’è.

Enjoy! 😉
Una ragazzina e un gatto nero, sullo sfondo di un panorama innevato.
 
Nello smarrimento più totale, la povera bestiola vagava nella neve.

Sognando una casa dove riparare, accoccolandosi su un termosifone o accanto a un camino acceso.
Sognando una fetta di arrosto e una ciotola di latte.
Invece, era solo un gatto randagio e camminava, peregrino, sotto i fiocchi che scendevano lievi.
Il naso, gelato. Le zampe, gelate. La neve era sgradevole sotto le sue zampe nude.
Lui non poteva ripararsi dal freddo come gli esseri umani, che s’infilavano delle buffe cose che chiamavano scarpe.
Una ragazza lo vide mentre rincasava e fu mossa a tenerezza.
«Qui, Micio! Micio!»
Il gatto era diffidente. Aveva paura degli esseri umani.
Vivendo alla periferia di una città, era costretto a rubare il cibo per sopravvivere.
A volte lo faceva scavando tra la spazzatura, ma quella roba non era mai buona da mangiare.
A volte sgattaiolava in una casa, quando trovava una finestra o una porta aperta.
A volte si infilava nei ristoranti o rubava dai chioschi o dai negozi di alimentari.
Se lo prendevano, erano randellate…
La ragazza lo chiamò di nuovo. La sua voce era dolce. Il suo sesto senso di gatto gli suggerì che lei non era come gli altri.
Lei si accucciò sui talloni. «Qui, Micio! Micio!»
Il gatto, incuriosito, si avvicinò. «Miao?»
La ragazza allungò una mano. Lui ebbe paura e si schiacciò a terra. Scostò la testa e chiuse gli occhi.
Il tocco che sentì era leggero. Non aveva mai ricevuto una carezza, nei pochi mesi che era vissuto su questa terra.
Era nato sul finire dell’autunno, ma l’esperienza gli aveva insegnato a diffidare degli umani.
La ragazza passava la mano sulla sua testa, lisciando il pelo, con delicatezza.
La sua mano era gelata come il suo naso e le sue zampe. Questo, chissà perché, gl’ispirò simpatia.
Fece una cosa che non aveva mai fatto, che non sapeva di saper fare: cominciò a fare le fusa.
«Così, bravo. Hai tanto freddo, vero? Scommetto che hai anche tanta fame!»
La ragazza allungò anche l’altra mano, ma lui non aveva più paura. Si sentì sollevare.
Poi la ragazza lo circondò con le braccia e lo avvicinò al proprio petto. Questo era un ‘abbraccio’.
Il gatto sentì un subitaneo tepore. Gli piacque quel tepore. Sollevò il muso e guardò la ragazza.
Era molto giovane. Non tanto quanto lui, ma per un essere umano la si sarebbe definita una ‘adolescente’.
Sorrideva ed era rivolto a lui. Nessuno gli aveva mai sorriso. Di solito, gli esseri umani gli urlavano dietro.
La ragazza fece in modo di sistemarlo nel suo abbraccio, perché stesse comodo e cominciarono a muoversi.
Lo portò a casa con sé. Luce, calore, profumo di riso che cuoceva, profumo di salmone affumicato e di miso.
«Mamma! Sono a casa!»
La signora comparve sulla soglia. Una signora rotondetta, sui quarant’anni.
«Oh, Mikage! Ma che cosa hai portato a casa?»
«Stava morendo di fame e di freddo, poverino! Sembra che abbia pochi mesi. Chissà come ha sofferto, tutto solo e abbandonato.»
La ragazza allungò il gatto alla madre.
«Me lo tieni un momento, che mi tolgo le scarpe e mi levo il cappotto?»
La madre scosse la testa, ma sorrise e lasciò che la figlia le passasse il gatto. Anche il suo abbraccio era caldo e delicato.
«Com’è freddo! È congelato, poverino! Ha le orecchie, il naso e le zampe gelate!»
Era vero. La pelliccia non era abbastanza, seppur folta, per tenerlo caldo, soprattutto quando nevicava.
«Secondo me ha fame. Hai visto com’è magro?»
«Hai ragione.»
Il gatto si sentì di nuovo spostare e passò in una stanza dov’era più caldo e l’odore di cibo più forte.
La mamma di Mikage lo posò con delicatezza sul pavimento tiepido e armeggiò con un piatto e una ciotola.
Posò il piatto, con un bel pezzo di salmone affumicato e la ciotola, contenente del latte intiepidito, sul pavimento, davanti a lui.
«Su, mangia! È per te!»
Il gatto, esitante, leccò un po’ di latte. Non gli arrivò nessuna sberla. Nessuno gli urlò «Via! Gattaccio! Se ti fai rivedere, ti bollo in pentola!»
Prese un altro sorso di latte. Mikage entrò in cucina e guardò sua madre. Sorridevano.
Il gatto prese un altro sorso di latte e addentò il salmone. Era il pasto più buono che avesse mai fatto in vita sua…e nessuno lo cacciò via.
«Allora, posso tenerlo, mamma?»
«Beh, volevi un cagnolino, no? Se ti accontenti anche di un gatto…È un bellissimo gesto, quello che hai fatto, Mi-chan!»
«Preferisco adottare questo gatto, piuttosto che comprare un cane.»
«Allora è deciso! Devi dargli un nome. Adesso fa parte della famiglia. Avrà bisogno di un nome, no?»
Il gatto aveva finito di mangiare e osservava le due donne con curiosità. Beh, Mi-chan non era proprio una donna…ma definirla in quel modo era più sbrigativo, parlandone al plurale.
I gatti sono animali pratici.
«Un nome…uhm, non ci avevo pensato.»
Mi-chan fece un buffo gesto: inclinò la testa di lato e si portò una mano sotto il mento, assumendo una curiosa posa che le dava l’aria di…di stare riflettendo.
«Lo hai trovato tu, Mi-chan. Quindi è giusto che sia tu a dargli un nome.»
«Uhm…È tutto nero, ha solo quel batuffolo bianco sulla coda e come una stellina bianca sulla fronte, tra gli occhi…»
Il gatto non si era mai guardato allo specchio. Che il pelo era scuro e che sulla coda c’era una puntina più chiara, lo sapeva, perché lo aveva visto, leccandosi.
Anche se lui non vedeva i colori, quindi non aveva mai definito il suo pelo ‘nero’ o la punta sulla sua coda ‘bianca’. Quello era un privilegio degli esseri umani.
Ma immaginò che la descrizione della ragazza fosse accurata.
«Ha un mantello così soffice! Ok, ho deciso, lo chiamerò Twinkle! Come nella canzone che ci hanno insegnato a scuola nell’ora d’inglese!»
«Oh, vi hanno insegnato una canzone?»
«Più una filastrocca. Le chiamano nursery rimes. In Gran Bretagna le cantano ai bambini piccoli per farli addormentare, o per insegnargli a contare. Rokujo-sensei sostiene che sono ottime per esercitare la pronuncia e poi di solito ce le fa cantare verso la fine della lezione, quando siamo stanchi. La canzone comincia proprio con queste parole: “Twinkle, twinkle, little star”, che significa “Brilla, brilla, piccola stella”. Come la stellina che ha lui sul musetto. Non è carino, come nome? …e poi si può accorciare in Twinky!»
Sua madre rise.
«Twinkle. Direi che è perfetto.»
Si accucciò davanti al gatto.
«D’ora in poi ti chiamerai Twinkle! Ti piace?»
Twinkle. Significava significava…qualcosa che brillava…Luccichio? Gli piaceva.
«Miaaooo!»
Le due donne risero.
«Sembra che gli piaccia, Mi-chan! Ora dobbiamo fargli una cuccia.»
Gli fecero un angoletto, mettendo un cuscino su una vecchia sedia, in soggiorno (era arredato all’occidentale, come il resto della casa), proprio accanto al termosifone acceso, sotto la finestra.
Fu così che il randagio divenne Twinkle, un bel gatto dal pelo lucido, folto e nero con una stellina bianca sul muso e un batuffolo bianco sulla coda.
Mi-chan, quand’era a casa, lo faceva giocare e il padrone e la padrona lo lasciavano girare per tutte le stanze.
Quando la stagione era bella e faceva caldo, gli piaceva accoccolarsi in giardino sotto una pianta o arrampicarsi sull’albero per dar la caccia agli uccelli e osservare il mondo dall’alto.
Quando era brutto, i padroni lo lasciavano stare in casa con loro, sul suo cuscino…o sul letto di Mi-chan, mentre studiava. Le piacevano le sue fusa mentre studiava.
Il cibo non gli mancava, ma Twinkle ci teneva alla linea, così faceva esercizio, dando la caccia agli uccelli e anche alle cicale, d’estate.
Mi-chan era poco più di una bambina quando lo aveva salvato dalla strada. Twinkle la vide crescere e farsi donna. Visse abbastanza a lungo perché lei andasse via da casa.
Il padrone e la padrona lo tennero con loro, fino alla fine della sua vita da gatto e ogni tanto Mi-chan tornava a fargli visita. Ora faceva l’università e viveva in centro.
Ogni tanto Twinkle sentiva la mancanza della ragazzina che lo faceva giocare, anche se ora gli piaceva trascorrere le sue giornate dormendo.
Mi-chan era diventata una bella ragazza, crescendo, ma lui non dimenticò mai l’aspetto che aveva il giorno del loro primo incontro, né la gratitudine per il suo gesto d’affetto.
Anche quando la vecchiaia lo strappò da questo mondo, pur senza rimpianti, divenuto spirito e riacquistato l’aspetto giovane e vigoroso che aveva nel pieno dei suoi anni, continuò a vegliare sulla padroncina e sulla sua famiglia.

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3 comments on “Twinkle”

  1. Bello! Mi piaciono i racconti e i gatti, quindi… A volte bisogna fare le cose d'impulso: poi ci sarà tempo per rivedere questo testo, ma anche così è davvero bello e poi leggerlo con la mia micia addormentata sui piedi ha un sapore quasi magico! Anche lei è una trovatella portata a casa in fin di vita e ora siamo inseparabili!

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  2. Mi è piaciuto molto. Ho un debole per i gatti! Sai, a volte mi chiedo come la mia micia veda il mondo che cambia intorno a lei nell'arco della sua vita e penso che potrebbe riconoscersi nel tuo Twinkle. ^^

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  3. 🙂 Io adoro il mio micio. Ogni tanto, quando si mette sul davanzale della finestra per guardar fuori, con aria di essere molto assorto, mi chiedo a cosa pensi e come sia la vita osservata dal suo punto di vista…

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